Il rapporto tra consumo di alcol, salute e tradizione agricola è stato al centro di un convegno organizzato dalla cantina Colombo di Bubbio. Il confronto ha coinvolto Vincenzo Gerbi, professore ordinario di Viticoltura ed Enologia all’Università di Torino e vicepresidente dell’Accademia Italiana della Vite e del Vino, e il cardiologo Antonio Colombo, titolare dell’azienda insieme al figlio.
Metabolismo e rischi per la salute
La parte medica dell’incontro si è concentrata sui meccanismi con cui l’organismo assimila l’alcol. Colombo ha spiegato che la sostanza viene trasformata dal fegato in acetaldeide, una molecola tossica ritenuta responsabile di molti degli effetti negativi associati al consumo. In seguito l’acetaldeide viene convertita in acetato, considerato meno dannoso.
Secondo quanto illustrato dal cardiologo, il fegato impiega circa 50-60 minuti per smaltire un singolo bicchiere. Sul rapporto tra alcol e tumori, Colombo ha invitato a interpretare con cautela i risultati degli studi epidemiologici, ricordando che possono essere influenzati da variabili come dieta, stile di vita e area geografica.
Il medico ha inoltre sottolineato il ruolo delle quantità nel rapporto con il sistema cardiovascolare. Una riduzione dei consumi, mantenendosi entro due bicchieri al giorno, può contribuire a diminuire la pressione arteriosa, mentre il superamento di 14 bicchieri settimanali aumenta i rischi, in particolare quello legato alla fibrillazione atriale. La conclusione proposta da Colombo è stata improntata alla moderazione: non bere per ottenere benefici sanitari, ma eventualmente farlo con consapevolezza.
L’identità agricola del prodotto
Gerbi ha affrontato il tema dal punto di vista agronomico e culturale, soffermandosi sulla classificazione dell’alcol tra le sostanze potenzialmente cancerogene indicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Nel suo intervento ha ricordato che l’elenco comprende anche altri elementi e prodotti, tra cui la carne rossa, la pillola anticoncezionale e il benzopirene.
La riflessione del docente si è concentrata soprattutto sul rischio di separare il vino dalla sua origine agricola per trasformarlo in un prodotto industriale e facilmente adattabile alle mode del mercato. Gerbi ha criticato la tendenza a considerarlo un semplice beverage, flessibile e miscelabile, sostenendo invece che la sua identità dipende dal legame con il territorio, dal lavoro nei vigneti e dalla continuità dell’investimento.
Nel confronto è stata evidenziata anche la differenza tra una produzione legata alla terra e attività industriali più rapidamente riconvertibili. La coltivazione della vite, ha osservato Gerbi, richiede tempi lunghi e una presenza stabile: chi impianta un vigneto si lega a quell’investimento per decenni. Il convegno ha così mantenuto insieme due piani: la necessità di non sottovalutare i rischi sanitari e il valore agricolo e culturale del prodotto.