In occasione degli Europei di atletica, Maria Ferlisi, capogruppo del Partito Democratico nel Consiglio comunale di Asti, interviene sul modo in cui la televisione racconta le competizioni femminili. Al centro della riflessione ci sono le nuove linee guida per le riprese, che invitano a evitare inquadrature concentrate su parti del corpo delle atlete quando quei dettagli non sono necessari a descrivere la gara.
Secondo Ferlisi, indicazioni di questo tipo non rappresentano una forma di censura, ma possono aprire una riflessione culturale sullo sguardo con cui viene rappresentato il corpo delle donne. Il tema, sostiene, non è il corpo femminile, ma la scelta di trasformarlo in un elemento dello spettacolo anche quando non ha alcuna relazione con la prestazione sportiva.
Il corpo come strumento della prestazione
Un’atleta, osserva la consigliera, mette in campo forza, allenamento, sacrificio, tecnica e disciplina. Il corpo è lo strumento attraverso il quale esprime il proprio talento e costruisce risultati dopo anni di lavoro. Tuttavia, può accadere che una telecamera si soffermi su un dettaglio fisico, mettendo in secondo piano la persona e la professionista che stanno affrontando la competizione.
La morbosità, sottolinea Ferlisi, non risiede nella bellezza del corpo femminile, che non deve essere nascosto né considerato qualcosa di cui vergognarsi. Il problema è piuttosto la mercificazione dello sguardo. Una donna può avere un fisico atletico, essere giovane o meno giovane, ma quando corre, salta, lancia o gareggia dovrebbe essere raccontata innanzitutto per ciò che sta facendo e per le capacità che dimostra.
La questione, nella sua analisi, non riguarda soltanto l’atletica. L’autrice collega il tema a una società nella quale l’aspetto fisico, l’età, l’abbigliamento e il modo di apparire rischiano ancora di diventare criteri per giudicare la credibilità, l’autorevolezza o l’interesse suscitato da una donna. Una cultura che Ferlisi definisce obsoleta e che, in alcune manifestazioni, considera anche malata.
Educare chi riprende e chi guarda
Le regole, prosegue la capogruppo del Pd, non servono soltanto a vietare o punire. Possono anche educare lo sguardo di chi realizza le immagini, costruisce un racconto televisivo o segue una competizione. La ripetizione di determinate inquadrature, infatti, può rendere normale un modo di osservare il corpo femminile che in realtà non è indispensabile alla storia narrata.
Scegliere di non mostrare ciò che non serve, secondo Ferlisi, non significa reprimere la femminilità o negare la bellezza. Vuol dire restituire alla persona la sua interezza e alla prestazione il posto centrale. Una telecamera può concentrarsi sulla concentrazione prima della gara, sulla fatica, sulla tecnica, sulla determinazione, sulla gioia per un risultato o sulla delusione dopo una sconfitta.
La differenza, aggiunge, sta nel raccontare il corpo come strumento della prestazione oppure nel trasformarlo in un oggetto da osservare. Per questo le linee guida non dovrebbero essere considerate soltanto indicazioni tecniche rivolte agli operatori televisivi, ma anche un possibile passo culturale. Cambiare il modo in cui vengono rappresentate le donne può contribuire a modificare il modo in cui vengono guardate nella televisione, sui giornali, sui social, nella pubblicità, nello sport e nella vita quotidiana.
Il messaggio conclusivo di Ferlisi è che il rispetto non riduce la femminilità, ma consente a ogni donna di essere vista per ciò che è e per ciò che sa fare. L’obiettivo delle regole, sostiene, non è insegnare a non guardare, bensì a guardare meglio, senza ridurre una persona al suo corpo. Una società capace di osservare con maggiore rispetto può diventare, nel tempo, anche una società più libera.