L’artigianato piemontese rallenta nel terzo trimestre del 2026, ma l’Astigiano si muove in controtendenza. Tra luglio e settembre, la provincia di Asti ha registrato 87 nuove iscrizioni a fronte di 78 cessazioni, chiudendo il periodo con un saldo positivo di 9 imprese artigiane. È il risultato migliore tra le province piemontesi.
I dati sono stati elaborati dall’Ufficio studi di Confartigianato Imprese sulla base delle informazioni Movimprese e Infocamere-Unioncamere. Nel complesso, il Piemonte ha contato 1.448 nuove aperture e 1.493 chiusure, con una perdita di 45 attività e uno stock complessivo pari a 112.858 imprese artigiane. Il tasso di flessione regionale è stato dello 0,04%, valore che colloca il Piemonte al terzo posto in Italia per arretramento, insieme all’Umbria e alle spalle di Marche e Veneto.
Le differenze tra le province
Il quadro territoriale presenta andamenti molto diversi. La contrazione più marcata riguarda Torino, che ha chiuso il trimestre con 54 imprese in meno, frutto di 792 iscrizioni e 846 cessazioni. Seguono Biella, con un saldo negativo di 12 attività, Cuneo con -8, Verbania con -3 e Novara con -2.
Soltanto due province hanno concluso il periodo con un bilancio positivo. Oltre all’Astigiano, al vertice con più 9 imprese, figura Vercelli, che ha registrato un saldo attivo di 4 unità. Il dato dell’artigianato appare ancora più significativo se confrontato con l’andamento generale del sistema imprenditoriale regionale: considerando tutti i settori, il Piemonte conta 415.674 imprese e ha chiuso il trimestre con 694 unità in più, pari a una crescita dello 0,17%.
Costi e difficoltà operative
Secondo il presidente di Confartigianato Imprese Piemonte Giorgio Felici, anche variazioni percentuali contenute rappresentano un segnale di attenzione per il comparto. Tra i fattori di maggiore pressione vengono indicati l’aumento dei costi operativi, le difficoltà nei rapporti con la committenza, la riduzione dei margini e l’instabilità dei prezzi.
Particolare preoccupazione riguarda l’autotrasporto, alle prese con il rincaro del gasolio. Secondo i dati citati dall’associazione, da gennaio il prezzo del diesel è aumentato del 40%, con costi ritenuti non più facilmente assorbibili dalle imprese. Inoltre, a maggio 2026 i prezzi al consumo dei beni energetici sono tornati a crescere in doppia cifra su base annua, determinando un extra costo stimato in 262 milioni di euro rispetto alla media europea.
Confartigianato richiama quindi l’attenzione di politica ed enti locali sulla necessità di sostenere la nascita di nuove attività, la continuità di quelle esistenti e la capacità delle imprese di investire e creare occupazione. Tra le priorità indicate figurano il ricambio generazionale, l’assunzione di giovani e la trasmissione di competenze maturate in decenni di lavoro. L’obiettivo, sottolinea l’associazione, è trasformare una fase di decrescita disomogenea in un percorso di crescita più equilibrato sul territorio.