Potere d’acquisto

Buoni pasto, dal 2026 cambia la soglia fiscale elettronica

Limite esente a 10 euro per il formato digitale e commissioni ridotte al 5% per gli esercizi aderenti.

Buoni pasto, dal 2026 cambia la soglia fiscale elettronica

Dal 1° gennaio 2026 la soglia giornaliera esente da imposte per i buoni pasto elettronici passa da 8 a 10 euro. Il limite per i titoli cartacei resta invece fissato a 4 euro. La modifica riguarda il trattamento fiscale e contributivo del beneficio, ma non obbliga le aziende a riconoscere automaticamente un ticket del valore massimo previsto.

Il buono pasto continua infatti a dipendere dal contratto collettivo applicato, dagli accordi aziendali, dai regolamenti interni o dalle decisioni del datore di lavoro. Un dipendente che ricevesse 10 euro per 20 giornate lavorate avrebbe a disposizione 200 euro al mese per pranzi e acquisti alimentari, contro i 160 euro garantiti da un ticket da 8 euro. Su 220 giornate lavorative annue, la differenza potenziale arriverebbe a 440 euro.

Un sostegno destinato a spese quotidiane

Il vantaggio per il lavoratore deriva dal fatto che, entro i limiti stabiliti, il valore del buono non concorre alla formazione del reddito imponibile. Il ticket, però, non equivale a denaro contante: è personale, non può essere ceduto o convertito e deve essere utilizzato presso gli esercizi convenzionati. La normativa consente di cumulare fino a otto buoni nella stessa operazione, utilizzandoli in ristoranti, bar, supermercati e altri punti vendita autorizzati.

L’effettiva utilità dipende dalla presenza di una rete adeguata vicino all’ufficio, all’abitazione o lungo il tragitto quotidiano. I titolari dovrebbero quindi verificare saldo, scadenze e punti vendita aderenti, oltre alle categorie di prodotti ammesse. Il credito può essere impiegato per consumare un pasto fuori casa oppure per acquistare alimenti, secondo le condizioni del circuito utilizzato.

Il contesto è quello di una spesa alimentare diventata più pesante per le famiglie. Secondo i dati citati dell’Istat, tra il 2019 e il 2024 i consumi sono aumentati del 7,6%, mentre l’inflazione misurata dall’indice armonizzato ha raggiunto il 18,5%. Nel 2024 il 31,1% delle famiglie ha dichiarato di aver limitato quantità o qualità degli alimenti acquistati. Nel 2025 i prezzi degli alimentari e delle bevande analcoliche sono cresciuti del 2,9%, quelli dei servizi ricettivi e della ristorazione del 3,4%.

Effetti per imprese ed esercenti

Per le imprese il buono pasto è uno strumento di remunerazione complementare che non richiede una mensa interna e può essere gestito anche in organizzazioni di piccole dimensioni o distribuite su più sedi. Restano importanti regole chiare su assenze, trasferte, lavoro agile e part-time, così da evitare disparità e difficoltà amministrative.

Dal lato degli esercenti, la principale novità riguarda il limite alle commissioni. La normativa ha esteso agli accordi del settore privato il tetto del 5% del valore nominale, già previsto per gli affidamenti pubblici. La misura punta a ridurre il costo sostenuto da bar, ristoranti e negozi, anche se l’impatto dipende da tempi di rimborso, condizioni contrattuali, costi tecnologici e volume delle transazioni.

Una rete più ampia può rendere il beneficio maggiormente utilizzabile dai dipendenti e sostenere le attività di prossimità. Secondo l’ANSEB, nel 2024 oltre 150.000 imprese offrivano il servizio ai propri collaboratori e più di 170.000 esercizi risultavano convenzionati. La scelta del circuito dovrebbe considerare copertura territoriale, assistenza, facilità di pagamento, gestione digitale e trasparenza dei costi.

La nuova soglia non risolve da sola il problema del caro vita e non impone un valore uguale per tutte le aziende. La sua efficacia dipenderà dall’importo riconosciuto, dalla disponibilità degli esercizi aderenti e dalla chiarezza delle condizioni di utilizzo. Solo la combinazione di questi elementi può trasformare il buono pasto in un sostegno concreto alle spese quotidiane.