Riforme educative

Calcagno: «Nella scuola contano empatia e relazioni»

L’ex dirigente critica annunci ministeriali e selezioni, chiedendo classi ridotte e continuità per il personale.

Calcagno: «Nella scuola contano empatia e relazioni»

Con l’avvicinarsi di settembre torna il dibattito sulle novità annunciate per il sistema dell’istruzione. Tra i temi indicati dal ministero figurano l’impiego dell’intelligenza artificiale, il divieto degli smartphone in aula, la stretta sul voto in condotta e la riforma degli istituti tecnici. Un insieme di interventi che, secondo Franco Calcagno, storico ex dirigente scolastico dell’istituto Artom, rischia però di trasformarsi in un rituale fatto soprattutto di annunci.

Calcagno invita a distinguere tra innovazione dichiarata e cambiamenti realmente percepibili nelle classi. «C’è un rituale stancante che si ripete a ogni avvio d’anno: scambiare i titoli per riforme reali», osserva. Il riferimento è anche alle difficoltà quotidiane delle scuole, dove può mancare una connessione stabile o si possono perdere venti minuti per riavviare un computer obsoleto. Per l’ex preside, l’intelligenza artificiale non dovrebbe essere considerata una novità da inserire nei programmi, ma uno strumento da affrontare attraverso la formazione dei docenti, affinché siano in grado di accompagnare gli studenti verso un utilizzo consapevole e critico.

Divieti e adempimenti

La riflessione riguarda anche il ricorso a divieti e inasprimenti disciplinari per affrontare problemi educativi complessi. Il divieto dei telefoni e una maggiore severità sul voto in condotta possono, secondo Calcagno, contenere alcune situazioni, ma non bastano a costruire la consapevolezza dei giovani né a restituire autorevolezza agli adulti.

L’ex dirigente richiama inoltre il peso crescente degli adempimenti amministrativi. «Abbiamo riempito le aule di acronimi e protocolli tra PEI, PDP e monitoraggi continui, dimenticando che nessun documento firmato ha mai fatto sentire accolto un ragazzo in difficoltà», afferma. Il rischio, nella sua lettura, è che il disagio venga riconosciuto soltanto quando lo studente ha già iniziato ad allontanarsi. L’abbandono, sostiene, può cominciare molto prima dell’assenza definitiva, quando un ragazzo si sente invisibile. A fare la differenza sarebbe invece la presenza costante di un adulto capace di ascoltare e creare un rapporto significativo.

Il ruolo degli insegnanti

Al centro del funzionamento degli istituti resta la figura del docente. Calcagno contesta modalità di reclutamento concentrate soprattutto sulla verifica delle conoscenze teoriche e poco attente alle competenze relazionali necessarie per gestire una classe. «La scuola non è una catena di montaggio e chi la manda avanti sono le persone», sottolinea, osservando che empatia, capacità comunicativa e gestione dei conflitti non possono essere misurate interamente attraverso un test a risposta multipla.

Un insegnante può quindi risultare preparato sul piano formale senza riuscire a comunicare con gli studenti, mentre un altro può possedere la sensibilità utile a riaccendere la motivazione di chi sta pensando di arrendersi. Per Calcagno, la qualità educativa non dipende soltanto dai titoli o dai risultati delle prove di selezione, ma anche dalla capacità di costruire fiducia e continuità nel rapporto con i ragazzi.

Tra le priorità indicate dall’ex dirigente ci sono infine interventi strutturali: ridurre il numero di alunni per classe, stabilizzare il personale precario e restituire dignità al lavoro educativo. L’obiettivo sarebbe mettere gli istituti nelle condizioni di svolgere con maggiore efficacia il proprio compito, senza piegarli esclusivamente alle esigenze produttive immediate. «Dietro ogni studente che ritrova la propria strada non c’è mai una circolare ministeriale, ma un educatore che ha creduto in lui», conclude Calcagno, indicando nell’etica dell’insegnamento il fattore decisivo per accompagnare gli studenti.