Prosegue il confronto sull’appropriazione culturale dei cantautori, nato da una lettera di Francesco Li Causi, esponente della Destra Sociale, e sviluppatosi attraverso successive repliche. L’ultimo intervento è firmato da Patrizio Onori, che presenta la propria posizione come una contro-replica e invita a considerare il rapporto tra ascolto musicale, valori e scelte politiche.
Onori parte da un punto di accordo con il suo interlocutore: nessuno, sostiene, deve chiedere un permesso per ascoltare Fabrizio De André o Francesco Guccini. La questione, a suo avviso, non riguarda la proprietà delle opere, ma la coerenza tra i messaggi contenuti nelle canzoni e le posizioni pubbliche di chi le ascolta o le richiama. Per questo sposta il ragionamento sul contesto politico nel quale Li Causi oggi si riconosce.
Il tema della remigrazione
Nella lettera, Onori ricorda che il Movimento Indipendenza, rappresentato sul territorio da Li Causi, è confluito ufficialmente in Futuro Nazionale, formazione guidata da Roberto Vannacci. Tra i temi indicati come centrali dal movimento cita la remigrazione e lo slogan L’Italia agli italiani. Da qui formula una serie di interrogativi sulle persone eventualmente interessate da quelle politiche: chi vive in Italia da molti anni, lavora, paga le tasse, ha una famiglia o figli nati nel Paese, fino a chi ha ottenuto la cittadinanza.
Il punto sollevato da Onori riguarda quindi i criteri con cui si stabilisce chi possa essere considerato parte di una comunità. Secondo l’autore, le persone più fragili non hanno bisogno soltanto di aiuto, ma anche di diritti, riconoscimento e uguaglianza. Le decisioni su permanenza, famiglia, adozione e riconoscimento dell’identità, osserva, non sono neutrali quando vengono trasformate in norme o indirizzi politici.
Musica, minoranze e responsabilità
Il riferimento a De André viene utilizzato per sostenere che l’ascolto delle sue opere dovrebbe almeno spingere a interrogarsi sui confini della rispettabilità e dell’appartenenza. Onori precisa di non voler attribuire il cantautore alla sinistra e riconosce a Li Causi la libertà di ascoltare La guerra di Piero senza per questo aderire a una precisa ideologia. Allo stesso tempo, però, gli chiede di confrontarsi con i contenuti e con la prospettiva verso gli esclusi presenti in quelle canzoni.
Da persona omosessuale, Onori richiama poi alcune dichiarazioni di Vannacci sugli omosessuali e sul concetto di normalità. Il leader politico, ricorda, ha spiegato di usare il termine in senso statistico, riferendosi alla condizione di minoranza. L’autore replica che non chiede di essere definito normale, ma di essere considerato una persona con gli stessi diritti e la stessa dignità degli altri. In questa prospettiva, parole come libertà, solidarietà e dignità assumono un significato politico quando si traducono in decisioni concrete e stabiliscono chi includere o lasciare ai margini.
La lettera affronta infine la partecipazione di Matteo Salvini a una commemorazione dedicata a De André. Per Onori, Salvini aveva il diritto di partecipare, ma gli altri presenti avevano lo stesso diritto di interrogarsi sul valore simbolico e politico di quella presenza. La libertà di prendere parte a un evento, sottolinea, non esclude la possibilità di ricevere critiche.
Onori conclude invitando Li Causi a continuare ad ascoltare De André e Guccini, ma anche a misurarsi con i temi degli ultimi, dei diversi e di chi mette in discussione il potere e le convenzioni. Il messaggio finale è che richiamare le canzoni e parlare di diritti è più semplice che difenderli quando riguardano persone considerate scomode o lontane dal proprio consenso elettorale. La polemica, nata sul terreno dell’appropriazione culturale, si chiude così con un richiamo alla coerenza tra ciò che si ascolta e le scelte che si sostengono nella vita pubblica.